Trump ed Erdoğan - © Alexandros Michailidis/Shutterstock
Dopo anni di rapporti complicati, Washington e Ankara provano a ricalibrare le loro relazioni, approfittando sia dei numerosi interessi comuni che dello stile diplomatico diretto e dell'approccio decisionista di Trump ed Erdoğan. Non mancano però questioni aperte
Il 25 settembre 2025 si è tenuto alla Casa Bianca il primo incontro in sei anni tra il presidente statunitense Donald Trump e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdoğan, un vertice che potrebbe aprire una nuova fase nelle relazioni tra Washington e Ankara.
Dopo anni di tensioni – dall’acquisto turco dei sistemi missilistici russi S-400 all’esclusione dal programma F-35, fino alle divergenze sulla guerra in Siria – l’incontro sancisce la volontà di entrambi i leader di ricalibrare un rapporto strategico che resta vitale per la NATO e soprattutto per gli equilibri mediorientali e il Mar Nero.
Nonostante il clima di elogi reciproci, una nota stonata ha attirato l’attenzione. Trump, pur lodando ampiamente Erdoğan, ha lasciato trapelare un’osservazione sul fatto che la Turchia non sia una democrazia in senso pieno. Questa, affiancata alla frase dell’ambasciatore statunitense ad Ankara Tom Barrack, secondo cui “la Turchia è una democrazia ma in qualche modo anche autoritaria, e Trump darà a Erdoğan ciò di cui ha più bisogno: legittimità”, suona come una critica, seppur sottile.
Un passaggio che difficilmente potrà essere sfruttato dall’opposizione in termini concreti, ma che il principale partito di opposizione Repubblicano del Popolo, il cui sindaco è in carcere dal 19 marzo , proverà a capitalizzare nel dibattito interno, presentandolo come prova della natura ambivalente del riconoscimento ottenuto da Erdoğan a Washington.
Nei rapporti bilaterali con la Turchia, l’amministrazione Biden aveva mantenuto una linea prudente e critica, insistendo sul deconsolidamento democratico e diritti umani senza sciogliere i nodi strategici.
Con il ritorno di Trump, Erdoğan ha colto l’occasione per rilanciare un dialogo diretto: il presidente repubblicano privilegia accordi bilaterali e transazioni rapide, e condivide con il leader turco un approccio decisionista che dà più peso ai rapporti personali che ai vincoli istituzionali.
Come ha ricordato Barrack al Concordia Summit, “tutto è stato frainteso… non è una questione di S-400 o di F-16, ma di legittimità: abbiamo un alleato NATO che resta fuori dall’Unione Europea e che pure è stato uno dei nostri partner più fedeli”.
Per Ankara, che da anni pratica una strategia di hedging tra NATO, Russia e Medio Oriente, riavvicinarsi a Washington significa riequilibrare la propria proiezione internazionale senza rinunciare all’autonomia conquistata; per Trump, mantenere la Turchia nell’orbita statunitense significa rafforzare la posizione americana in un contesto globale sempre più competitivo.
Difesa, economia e dossier regionali al centro del vertice
La riunione – svoltasi a porte chiuse e definita da Barrack “leggendaria” in un’intervista a CNN TÜRK – ha affrontato i principali nodi delle relazioni bilaterali. Barrack ha anticipato “sviluppi nell’integrazione delle Forze Democratiche Siriane” e previsto che la questione relativa agli F-35 “sarà risolta entro la fine dell’anno, e non mi sbaglierò”, alimentando le prospettive di un compromesso sulla delicata questione dei caccia di quinta generazione.
Inoltre Trump ha segnalato l’intenzione di rimuovere le sanzioni economiche CAATSA . Erdoğan ha ribadito la richiesta di rientrare nel programma F-35 e di ottenere l’allentamento delle sanzioni imposte dopo l’acquisto degli S-400, offrendo in cambio garanzie di trasparenza e una cooperazione più stretta in ambito NATO.
Accanto al lungo braccio di ferro sugli F-35, Ankara continua a trattare con Washington per l’acquisto e l’ammodernamento dei caccia F-16, indispensabili a mantenere l’operatività della propria aeronautica nel breve periodo. Il Congresso statunitense ha finora frenato la vendita, legandola a condizioni stringenti sul sistema missilistico S-400 e alle tensioni con la Grecia, ma la Turchia vede in questo pacchetto un ponte verso la transizione tecnologica che sta costruendo in casa.
Parallelamente, infatti, prosegue il programma di sviluppo del caccia di quinta generazione Kaan, con l’obiettivo di integrare entro il prossimo decennio un motore sviluppato interamente a livello nazionale.
Puntare su una propulsione indigena significa ridurre la dipendenza da fornitori esteri e consolidare un’autonomia strategica che già oggi rappresenta una delle priorità dell’industria della difesa turca. La Turchia ha quindi la necessità di essere rimossa dalle sanzioni CAATSA per poter importare dagli Stati Uniti componenti tecnologici necessari allo sviluppo del motore.
Sul tavolo anche la modernizzazione della flotta aerea con aerei Boeing e un pacchetto industriale da decine di miliardi di dollari, presentato da Ankara come incentivo economico e segnale politico.
La dinamica riflette un rapporto sempre più transazionale: entrambi i leader puntano a risultati rapidi spendibili sul piano interno, mentre a Washington i caucaus greci, armeni ed ebraici esercitano forti pressioni sul Congresso per limitare le concessioni alla Turchia.
Sul fronte regionale, Siria e Iraq restano teatri di frizione, ma emerge una parziale convergenza: Ankara ha intensificato l’addestramento di forze di sicurezza siriane, facilitando un graduale disimpegno americano dal nord-est del Paese e un possibile processo di integrazione delle milizie locali.
Resta complessa la variabile israeliana: la prosecuzione dei raid in Siria e la crisi a Gaza continuano a generare diffidenza turca, mentre sul versante energetico Washington spinge Ankara a ridurre la dipendenza dal gas russo – oggi superiore al 40 per cento – nonostante un recente accordo ventennale per l’importazione di LNG statunitense .
Tra gli accordi firmati sembra essere stato confermato anche un documento di intesa sull’energia nucleare che andrebbe nella direzione di spingere la Turchia a ridurre la dipendenza energetica da Mosca.
Implicazioni per Europa e Mediterraneo
Le conseguenze del vertice vanno ben oltre la dinamica bilaterale e toccano la più ampia architettura di sicurezza euro-atlantica e mediterranea. Una Turchia che rafforza i legami con Washington accresce il proprio peso negoziale verso l’Unione Europea, dove i negoziati di adesione restano congelati ma la cooperazione su energia, migrazioni e difesa rimane indispensabile.
Per l’Italia e per altri attori mediterranei, il riavvicinamento turco-americano può tradursi in nuove opportunità di coordinamento, dal contenimento dei flussi migratori allo sviluppo di corridoi energetici alternativi. Al tempo stesso, Ankara potrebbe sfruttare il nuovo canale privilegiato per consolidare la propria autonomia strategica, continuando a dialogare con Mosca e a espandere la propria influenza in Libia, nel Caucaso e in Africa.
La sfida ora è duplice: Trump dovrà convincere un Congresso spesso ostile a fornire armamenti militari avanzati, mentre Erdoğan punterà a trasformare le aperture americane in risultati concreti su F-35, cooperazione industriale e droni.
Il vertice “leggendario” segna quindi più l’inizio di una fase negoziale che la conclusione delle controversie: i prossimi mesi diranno se le promesse si tradurranno in accordi sostanziali o resteranno un esercizio di diplomazia spettacolare utile a entrambi i leader per rafforzarsi sul piano interno.
Per ora, la foto di Trump ed Erdoğan fianco a fianco restituisce l’immagine di due presidenti che, pur partendo da interessi divergenti, scelgono di giocare una partita comune nella convinzione che, in un mondo multipolare, nessuna alleanza può essere data per scontata, ma ogni alleanza può essere riscritta secondo le contingenze.




