Veduta aerea di Bengasi - © Mohamed S.Saleem/Shutterstock
Il ruolo della Turchia in Libia e nel Mediterraneo si fa sempre più centrale: dopo aver appoggiato il governo di Tripoli, Ankara ha aperto canali di cooperazione con quello che controlla la Cirenaica. Sviluppi che interessano l'Unione europea ma soprattutto l'Italia
Nell’ampio panorama dei dossier di politica estera in cui la Turchia è coinvolta, pochi ne sintetizzano il pragmatismo quanto il caso libico.
Dopo aver svolto un ruolo decisivo a sostegno del Governo di Unità Nazionale (GNU) di Tripoli nella fase cruciale del 2019–2020, quando l’intervento militare di Ankara fermò l’offensiva del generale Khalifa Haftar, la Turchia sta ora ridefinendo la propria strategia, aprendo un canale di dialogo diretto anche con la Cirenaica.
Nel 2019, l’invio di droni Bayraktar, consiglieri militari e sistemi di difesa aerea consentì al governo allora guidato da Fayez al-Sarraj di respingere l’assedio alla capitale, consolidando la presenza turca in Tripolitania.
Tuttavia, a distanza di pochi anni, Ankara ha compreso che un sostegno esclusivo a Tripoli non garantisce stabilità né la protezione a lungo termine dei propri interessi economici ed energetici, sia nel paese che all’interno del Mediterraneo orientale.
Negli ultimi mesi, segnali concreti hanno confermato un riavvicinamento verso la zona della Cirenaica, nell’est del paese.
La visita del capo dei servizi segreti turchi İbrahim Kalın a Bengasi, l’attracco di una fregata della Marina turca nel porto della città e i colloqui diretti con Khalifa Haftar e i suoi collaboratori indicano una strategia di progressiva apertura verso la Cirenaica.
Fonti libiche e turche parlano di negoziati su nuove forme di cooperazione militare che includerebbero addestramento, forniture di armamenti e accordi per l’ammodernamento delle forze armate orientali.
Questa “diplomazia a doppio binario” non rappresenta un abbandono di Tripoli, bensì un tentativo di espandere la propria influenza a livello nazionale, proteggendo al contempo il personale e le infrastrutture turche dalla crescente instabilità della capitale, dove le rivalità tra milizie continuano a minacciare gli asset di Ankara.
La posta in gioco nel Mediterraneo orientale
Alla base di questa manovra vi è la volontà di tutelare intese cruciali, a partire dal memorandum del 2019 sulla delimitazione delle zone economiche esclusive nel Mediterraneo orientale.
Firmato con il governo di Tripoli ma geograficamente ancorato alle coste orientali libiche, l’accordo ha un forte valore strategico: consente alla Turchia di proiettarsi nelle rotte energetiche del Mediterraneo, contestando le rivendicazioni di Grecia, Cipro ed Egitto.
La sua ratifica da parte del Parlamento di Tobruk, oggi più vicina grazie al dialogo con Haftar, darebbe nuova forza alla posizione turca e consoliderebbe la legittimità delle future esplorazioni di idrocarburi.
Allo stesso tempo, Ankara punta a neutralizzare le obiezioni giuridiche internazionali, trasformando un’intesa di parte in un accordo nazionale riconosciuto da entrambe le fazioni libiche.
L’energia resta il filo conduttore di questa strategia. Oltre alle intese per l’esplorazione offshore tra la Turkish Petroleum (TPAO) e la National Oil Company libica, la Turchia guarda al gas del Mediterraneo orientale come leva per rafforzare il proprio ruolo di hub tra Asia, Medio Oriente ed Europa.
Il collegamento con il progetto EastMed, che collega i giacimenti israeliani all’Europa passando per Grecia e Cipro, rende ancora più rilevante la capacità di Ankara di influire sulle rotte energetiche.
Se il memorandum del 2019 venisse ratificato anche dalla Cirenaica, la Turchia potrebbe rivendicare con maggiore forza la propria zona economica esclusiva, complicando ulteriormente i piani di Atene e Nicosia e potenzialmente aumentando il proprio potere negoziale nei confronti dell’Unione Europea.
Parallelamente, il riavvicinamento alla Cirenaica apre spazi economici significativi. Dopo anni di conflitto, Bengasi e altre città orientali necessitano di ingenti investimenti in infrastrutture, edilizia e servizi.
Dal 2024 il Fondo per la Ricostruzione libico, guidato da Belqasem Haftar, ha già firmato accordi con diverse imprese turche per progetti a Bengasi, Al-Bayda, Shahat e Tobruk, mentre la ripresa dei voli Turkish Airlines verso Bengasi nel gennaio 2025 ha simboleggiato il ritorno della Turchia come attore economico di primo piano.
Per Ankara, queste aperture rappresentano un’opportunità per diversificare la propria presenza, ridurre il rischio politico legato a Tripoli e consolidare rapporti economici con entrambe le regioni.
Il fattore Italia e la cooperazione bilaterale
In questo contesto si inserisce il rafforzamento dei legami tra Turchia e Italia. Roma vede in Ankara un partner chiave per la stabilizzazione della Libia, fondamentale non solo per la gestione dei flussi migratori ma anche per la sicurezza energetica europea.
I due Paesi hanno intensificato i rapporti bilaterali: nell’aprile 2025 una serie di accordi ha rilanciato la cooperazione in settori strategici come difesa, sicurezza e industria aerospaziale, con progetti congiunti tra l’italiana Leonardo e la turca Baykar nel settore dei droni.
Gli incontri frequenti tra i ministri degli Esteri Antonio Tajani e Hakan Fidan confermano questa intesa. Tajani ha più volte sottolineato come la stabilizzazione della Libia e la lotta contro le reti di traffico migratorio siano obiettivi condivisi, mentre Ankara considera l’Italia un alleato importante per mantenere un equilibrio tra interessi europei e regionali.
Il volume di interscambio commerciale, quasi raddoppiato in quattro anni fino a sfiorare i 30 miliardi di euro nel 2024, dimostra la solidità della partnership economica. L’accordo di cooperazione contro l’immigrazione irregolare firmato nel 2025 rafforza inoltre la dimensione di sicurezza della relazione bilaterale, che si intreccia con la stabilità libica e con la gestione delle rotte del Mediterraneo centrale.
Un contesto regionale favorevole
Le mosse turche sono rese possibili anche da un contesto regionale e internazionale mutato. La normalizzazione dei rapporti con Egitto, Emirati e Arabia Saudita ha ridotto l’intensità della competizione tra potenze straniere in Libia, trasformando il Paese da terreno di scontro ideologico a spazio di diplomazia transazionale.
Allo stesso tempo, l’attenzione russa rivolta alla guerra in Ucraina ha limitato l’impegno di Mosca in Nord Africa, aprendo un vuoto che Ankara si è affrettata a colmare. La crescente influenza turca nel Sahel e nel Corno d’Africa, grazie a accordi di sicurezza, investimenti e forniture militari, rafforza l’immagine di Ankara come attore regionale capace di offrire alternative pragmatiche sia ai partner africani sia agli stessi libici.
Nonostante le opportunità, la strategia turca non è priva di rischi. La frammentazione istituzionale libica e le tensioni interne rendono precaria ogni intesa. Le corti locali hanno già sospeso in passato accordi chiave, come quello del 2022 tra TPAO e NOC, segnalando la fragilità giuridica delle iniziative turche.
Inoltre, l’eventuale ratifica del memorandum marittimo non basterebbe a risolvere le dispute con Grecia e Cipro, che continuano a considerare l’intesa una violazione del diritto del mare. Anche la competizione con altri attori esterni, come gli Emirati e la Russia, potrebbe riaccendersi se il processo politico libico dovesse subire nuovi scossoni.
I prossimi mesi saranno quindi decisivi. La Turchia punta a consolidare la propria posizione come mediatore indispensabile tra le due Libie, utilizzando una combinazione di diplomazia, presenza militare e investimenti per influenzare la ricostruzione, la riforma del settore della sicurezza e un eventuale processo elettorale.
Se Ankara riuscirà a mantenere un equilibrio tra sostegno a Tripoli e dialogo con Bengasi, potrà rafforzare il proprio ruolo non solo in Nord Africa ma in tutto il Mediterraneo orientale, diventando un attore imprescindibile per l’Unione Europea e, in particolare, per l’Italia.
La strategia turca in Libia rappresenta un esempio di pragmatismo e capacità di adattamento. L’apertura verso l’est del Paese, senza rinunciare al sostegno al governo di Tripoli, mira a garantire ad Ankara un’influenza trasversale, capace di incidere sulle rotte energetiche, sulle dinamiche migratorie e sugli equilibri geopolitici del Mediterraneo.
Per l’Italia e per l’Europa, questa evoluzione è al tempo stesso un’opportunità e una sfida: Ankara può essere un alleato strategico nella stabilizzazione della Libia e nella sicurezza energetica, ma il consolidamento del suo ruolo richiede una politica europea coerente e una capacità di dialogo che riconosca la Turchia come attore centrale nella partita mediterranea.
Se riuscirà nel suo intento, Ankara non solo rafforzerà la propria presenza in Libia, ma contribuirà a ridefinire l’architettura di sicurezza e cooperazione nel Mediterraneo per gli anni a venire.
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